MY ATLAS

Ringrazio Krunoslav Ivanišinper aver commentato il mio libro su una nuova piattaforma digitale 

http://www.transfer-arch.com/

Transfer Global Architecture Platform is a new independent digital editorial project based on the production and transmission of original architectural knowledge with the aim of connecting contemporary ideas and practices and building a global architectural culture.

Transfer aims to be a global reference in the generation of leading architectural content, with the objective of becoming an international influence, both as a window for analysing and understanding the world, and as a microphone for participating in the global architectural discussion.

Transfer digitally publishes a series of monographs and weekly sections, aiming to explore new ways of showing and experiencing architecture with digital media.

Based in Zurich, Transfer is edited by a team with extensive experience in research and architectural edition, and relies on an outstanding network of global observers worldwide.

 

An Atlas of Imagination
Luca Galofaro
Damdi publisher 2015

It is not easy to write something about Luca Galofaro’s atlas of imagination because the author – also collector and curator in this case – has already explained almost everything about the collection himself. Followed by an open-ended sequence of public talks, discussions, presentations and exhibitions in the physical space and on the internet, the book describes the idea of montage as a form of production, presenting a collection (an atlas, an archive) of found and worked images and texts. Like in a beautiful movie, the images–montages fold and unfold before our eyes, unbounded by either the associated concepts and meanings inherited in the images–origins they were built from, or the otherwise ubiquitous gravitational force. Like in an interesting scientific paper, the accompanying texts–quotes verbalize the images within a certain intellectual tradition, providing the context to bind the sum of parts into the coherent whole. 

An Atlas of Imagination is not just another picturesque assemblage of pictures and words; is a higher- order montage in its own right.
Beyond the naivety of seemingly similar products of contemporary artistic practices and despite the partial cancellation of the gravitational force, I like to think about Luca Galofaro’s pictorial montages as genuinely architectural tools. This means that they may be instrumental in the conscious production of architecture and knowledge on architecture. The fact that author named them “montages” instead of “collages” emphasises the qualities of time, space, and possibly even movement included within the fixed forms similar to movie stills printed on paper. As independent end-documents in the form of gallery exhibits with layers printed on the overlaid sheets of glass, the montages turn out to be real three-dimensional objects. But from an architectural perspective, they are even more interesting as by-products documenting ideas around concrete architectural projects or the working models documenting certain critical moments in their production. They are nothing like “I have forgotten the plot, but I am certain that I watched this movie,” or “I was in a place like this, I have only forgotten when and where.” Paraphrasing Gerhard Richter, whom Luca Galofaro quotes twice in his atlas, his montages may indeed become real places and architectures.
“We are still not there. We are only on the way.” The most delightful thing about each of the montages is this purely architectural quality of incompleteness which includes the promise of the spatial implementation of an architectural project. The most delightful thing about the book as a whole is that the original images and the original quotes retain their original properties. We easily recognise the heavy Pantheon section as the section of Pantheon only multiplied into a weightless space station. We read Sol Lewitt’s emphasis on things illustrating mental process as more interesting than the final result as proper to his own work and at the same time descriptive of Luca Galofaro’s montages.
An Atlas of Imagination is a mixture with clearly distinguished parts and joints, not a compound with differences that are blurred and obfuscated. The parts are not sacrificed for the sake of the whole, but they interfere in accordance with a certain tectonic order. Moreover, the resulting montages recall some real architectural collages, surprisingly uncovering the origins of things and the hidden relationships between them. ( Krunoslav Ivanišin)

LO SPAZIO DEL LAVORO

L'architettura è da sempre specchio del mondo che cambia, due libri che riflettono sullo spazio della produzione e sullo spazio del lavoro, ci insegnano che guardare al passato serve a comprendere il mondo che cambia, solo studiando e comprendendo a fondo queste trasformazioni politiche e sociali l'architettura potrà prefigurare il futuro. Chi non lo capisce ha perso prima di cominciare, grazie a Luca Montuori che ha letto per noi questi due libri.

SPACE OF PRODUCTION
Projects and Essays on Rationality, Atmosphere, and Expression in the Industrial Building
Edited by Jeannette Kuo.

by Luca Montuori

Con un certo ritardo sul “Guardian” è apparso in questi giorni un articolo che ci avvisa che la fine del capitalismo è iniziata. La trasformazione del lavoro è uno dei temi su cui si è più riflettuto negli ultimi anni e l’epoca del post-fordismo ha alimentato molte delle riflessioni architettoniche nella contemporaneità. Tra le questioni più importanti rimane il problema della figuratività ( o non figuratività) dei nuovi spazi in cui vivono i lavoratori dell’immateriale, le nuove forme di controllo del lavoro, il rapporto tra abitare e lavorare, la fine del tempo libero e del rapporto tra spazio pubblico e spazio privato. Nuovo lavorare e nuovo abitare. Per questo il volume “Space of Production”, che si accompagna anche a un precedente volume dal titolo “A-Typical plan” (Projects and Essays on Identity, Flexibility and Atmosphere in the Office Building, curato dalla stessa Jeannette Kuo) sugli edifici per uffici, assume un significato che va ben oltre la mera catalogazione di edifici industriali e non è semplicemente un nuovo tentativo di guardare alle potenzialità espressive che la ricerca in campi innovativi per il progetto ha potuto generare. Non è qui in discussione la capacità espressiva dei progettisti nell’immaginare la forma che si libera dalla struttura tipologica tradizionale per costruire i nuovi spazi della modernità. C’è qualcosa in più. Il libro ha un ampio testo critico iniziale che riflette proprio sulla trasformazione del lavoro e degli spazi in cui questo si svolgeva e si svolge oggi. Il testo è accompagnato da una serie di schede di casi di studio, edifici industriali maestri del moderno come Peter Behrens, Félix Candela, Albert Kahn, Louis I. Kahn, Robert Maillart, Pier Luigi Nervi, Auguste Perret, Jean Prouvé, ma anche esempi contemporanei tra cui Herzog e de Meuron. I progetti sono descritti pubblicando foto d’epoca, disegni originali ma anche attraverso una operazione di ridisegno degli edifici resi confrontabili grazie a una unificazione dei codici grafici di rappresentazione. I disegni sono realizzati all’interno di ricerche ed esperienze didattiche della École Polytechnique Fédérale de Lausanne. Gli autori quindi, se nel primo volume avevano raccolto una serie di casi studio, di edifici per uffici, catalogandoli e confrontandoli attraverso l’osservazione della pianta come elemento generatore di spazialità generiche, qui offrono una chiave di lettura che guarda alla “sezione” come mezzo per configurare, controllare il progetto e soprattutto come strumento per progettare i nuovi luoghi della produzione. Il volume infatti si chiude con alcuni interessanti progetti della scuola che tentano di rendere attuale la riflessione sulla natura degli spazi del lavoro, e quindi dell’abitare, nell’epoca della fine del lavoro.

In Spaces of production sono raccolti contributi di Alberto Bologna, Juan José Castellón, Jeannette Kuo, Cédric Libert, e una intervista con Jacques Herzog. In A-Typical PLans contributi di: Iñaki Ábalos, Pier Vittorio Aureli, Andrea Bassi, Florian Idenburg, Jeannette Kuo, Jimenez Lai, Inès Lamunière, Freek Persyn

A-TYPICAL PLAN

Projects and Essays on Identity, Flexibility and Atmosphere in the Office Building

Edited by Jeannette Kuo with Dries Rodet and Isabelle Concherio

LA VITA INTERIORE DEI LIBRI

Interiors tales
from an idea by 2A+P/A and Syracuse University London
Francesco Sanin and Davide Sacconi
with contributions by Microcities, Fala Atelier and TSPA_
Black Square press 2015

order: black-square.eu

 

Interiors tales

è un librodifficile da classificare, lo si può considerare come uno strumento di ricerca, un quaderno di appunti, perché non si limita a raccogliere testi e immagini.

I testi e le immagini sono l'occasione per definire un percorso di interpretazione più personale, ogni lettore infatti, leggendo, rifletterà sul proprio metodo di rappresentazione,  cercherà di sintetizzare il proprio lavoro attraverso una serie di frammenti della memoria dove non solo i progetti ma anche i riferimenti ad altre disciplinediventano importanti.  

Ma andiamo con ordine, il libro racconta il lavoro di due professori della Syracuse University (London Program) che decidono di organizzare un workshop ed un simposio, sullo spazio interno, cercando secondo me di rispondere ad una domanda precisa cosa significa oggi pensare il progetto

against this vision of the city where relations are abstracted in time and space and reduced to a commodity,......(Francisco Sanin)  to elaborate a critical stance of forms of resistance to those processes that have been affecting the very domain of architecture; the city....a collective attitude is emerging as an ordinary form of research that attemps to re-establish a meaningful project for architecture and the city.( Davide Sacconi)

Interior Tales – workshop di 2A+P – Christopher Nolan, The Dark Knight, 2008 - studenti Rajkumar Kadam e Sai Deepika Vemulapalli

Il workshop è curato dallo studio romano

2A+P/A

, gli studenti dovranno ridisegnare lo spazio di un film o meglio dovranno riflettere e completare la propria memoria visiva ridisegnando lo spazio raccontato dal cinema, ma anche pensare e progettare questo spazio che in realtà non esiste e non è mai uno spazio continuo, il cinema infatti agisce sul nostro inconscio e attraverso una somma di  frammenti ci racconta il tutto.

Gli studenti si trovano quindi a dare continuità a spazi concepiti solo parzialmente, e in pochi giorni hanno raffigurato una condizione architettonica d'insieme. Hanno  immaginato l'architettura, un luogo dove l'interno è molto spesso città, e la città un luogo chiuso.

Interior Tales – workshop di

2A+P/A

– Peter Weir, The Truman Show, 1988 - studenti Bowen Zheng e Taiming Chen

Il libro presenta in sequenza otto architetture definite dagli studenti, otto mondi surreali e reali al tempo stesso.

Ma il libro non è solo questo al  Simposio vengono invitati 4 studi,  gli Italiani 

2A+P/A

e Microcities (con studio a Parigi), i portoghesi FALA e i tedeschi TSPA. I 4 studi presentano il loro lavoro con dei saggi illustrati e dei testi brevi a supporto alle immagini.

Anche qui la volontà di creare una racconto discontinuo fatto di progetti, testi e figure che in un certo senso anticipano e completano il racconto.

Interior Tales – workshop di

2A+P/A

– John Sturges, The Great Escape, 1963 - studenti Ridvan Bruss e Christopher Pitfield

Interior Tales – workshop di

2A+P/A

– Joseph Kosinski, Tron, 1982 - studenti Chang Gao e Zhendong Long

Ogni sezione del libro è introdotta da un testo, Francesco Sanin, Davide Sacconi, Gianfranco Bombaci e Matteo Costanzo in modo diverso riflettono sul tema del rapporto dentro- fuori, ognuno di loro guarda il tema da un punto di vista molto specifico  costruisce un Atlante di Parole e segni capace di prefigurare sempre una modalità di lettura e scrittura  spaziale.

La black square press, inventa un genere, una sorta di instant book, leggero, utile e non finito, nel senso che apre al lettore le porte dell'immaginazione, sfido chiunque a sostenere che dopo questo libro non abbia avuto voglia di disegnare il suo film, o mettere in sequenza frammenti del proprio immaginario, solo per il gusto di aggiungere a questo quaderno un altro spazio possibile. C'è chi sostiene che l'editoria non ha un futuro certo, io penso che questo futuro esiste basta saperlo immaginare, magari attraverso libri come questo piccoli ma fatti con cura e

con

idee semplicemente complesse.

Interior Tales – workshop di

2A+P/A

Roland Emmerich, Anonymous, 2001 - studenti Taylor Hogan e Dabota Wilcox

TERRAINS VAGUES

Nei giorni scorsi alla Galleria CAMPO abbiamo invitato Francesco Careri a parlarci del suo libro e della sua lunga intervista a Costant fatta nel 2000, mentre Francesco raccontavala voce di Costant sul fondo e le note della sua musica hanno accompagnato la presentazione.
Campo è uno spazio anomalo un luogo i cui riprendere discorsi già iniziati, un luogo di confronto di storie ed architetture.
E' stata una serata piacevole ce ne saranno molte altre, intanto per chi non è potuto intervenire ecco un testo di Alberto Iacovoni scritto in occasione dell'uscita del libro.
Lo ringrazio per aver partecipato anche se a distanza a questa nostra iniziativa.

Costant
New Babylon una città Nomade
Francesco Careri
Testo & Immagine 2001
di Alberto Iacovoni

Siamo i simboli viventi di un mondo senza frontiere, di un mondo libero, senza armi, nel quale chiunque può viaggiare senza limitazioni dalle steppe dell'Asia centrale alle coste atlantiche, dalle alte pianure dell'Africa del Sud alle foreste finlandesi. (1)

De fait, nous entrons dans une période de profonde instabilité des populations qui va bientot aboutir dans toute l'Europe, à la venue d'un nouveau type de mobilité sociale ou la precarité de l'emploi ira de pair avec un véritable "nomadisation intérieure" du prolétariat (...). (2)

Tutte le rivoluzioni entrano nella storia e la storia non ne rifiuta nessuna: e i fiumi delle rivoluzioni tornano indietro dove sono nati per poter fluire di nuovo. (3)

 

30 anni fa Constant Niewenhuis abbandona il progetto intorno al quale aveva lavorato per i 15 anni precedenti producendo una quantità enorme di plastici, disegni e fotomontaggi intorno all'idea di una città per l'homo ludens, un "campo nomade su scala planetaria" (4), e torna alla pittura: "dopo un enorme numero di performance che lo portano anche alla Biennale di Venezia del 1966 a rappresentare l'Olanda, decide che lo spettacolo è finito" (5). Dello stesso anno è la grande e nota fotografia che lo ritrae nel suo studio circondato dai plastici delle enormi e trasparenti bolle delle spatiovore.

Constant aveva fino ad allora costruito un percorso unico il cui punto di svolta sembra essere stata la sua adesione all'Internazionale Situazionista, di cui fu insieme a Guy Debord uno dei fondatori: pittore già affermato del gruppo CoBrA abbandona la pittura per l'urbanismo unitario situazionista e per l'architettura intesa come "un'arte delle più complete, che sarà allo stesso tempo lirica per i propri mezzi e sociale per sua stessa natura (6)", che troverà la sua formalizzazione in New Babylon, anche ben oltre la sua rottura con Debord e l'I.S.; opera insommma una scelta di campo strategica che abbandona dopo una decina d'anni di lavoro lucido e intenso.

Ho letto il libro di Francesco Careri (Constant/New Babylon, una città nomade, Testo & Immagine pp. 93 L. 24.000) con in mente questa domanda, ossessionato come sono da anni da una frase di Tafuri -allontanare l'angoscia comprendendone e introiettandone le cause: questo sembra essere uno dei principali imperativi etici dell'arte borghese (10)- come un sottotesto fisso ad ogni lettura delle parabole delle avanguardie artistiche e architettoniche più o meno rivoluzionarie e/o innocenti ripetto agli esiti delle loro visioni e azioni, da cui forse è fino ad oggi sfuggita la storia dell'Internazionale Situazionista, talmente pura –o sarebbe meglio dire epurata- da appassire negli anni tra i rigori di Debord, che di fatto escluse nel tempo qualsiasi pratica artistica, e con essa chi la praticava, dall'attività dell'I.S., nonostante si possa effetivamente constatare che "le ricerche situazioniste negli anni Settanta vengono assorbite dalle avanguardie radicali per poi essere recuperate dalla cultura ufficiale degli anni Novanta sotto nuove vesti estetiche. Il primo numero della rivista I.S. si apriva con un articolo sull'amara vittoria del surrealismo, mezzo secolo dopo si comincia già a parlare di un'amara vittoria del situazionismo".

Questa ossessione rimanda in realtà alla questione dell'attualità rivoluzionaria delle teorie e dei progetti di Constant, questione che lievemente, e non intrusivamente viene risolta in apertura e chiusura del libro, dove si racconta l'incontro emozionato con il pittore/architetto/musicista nel suo studio di Amsterdam, attraverso una serie di cortocircuiti, rilanci e identificazioni tra la storia di Constant e l'attività del gruppo Stalker di cui Francesco (come d'altronde il sottoscritto) fa parte da anni

I nodi attorno ai quali ruota questo gioco di identificazione e rilancio, ovviamente mutatis mutandis, è il definirsi utopiani piuttosto che utopisti: "Bisogna distinguere gli utopisti dagli utopiani, ossia le utopie astratte dalle utopie concrete […]. Il pensiero utopista esplora l'impossibile, mentre il pensiero utopiano sprigiona il possibile", (11) il nomadismo come tessitura continua di nuovi territori di libertà –e Constant inizia ad interessarsi all'architettura quando nel 1956 visita il campo dei gitani ad Alba, mentre Stalker lavora da due anni al Campo Boario a Roma con le comunità di migranti che vi abitano, tra cui dei Rom Calderasha-, e il terrain vague come territorio di ridefinizione continua degli usi, tempi e relazioni nella città: "Hai visto il quartiere qui davanti? È stato costruito da poco, ma prima, quando io venivo qui a lavorare, là c'era un grande terrain vague con sterpi, sabbia… C'erano molte tende, i nomadi che facevano i fuochi, che cantavano… li ho visti per dieci anni da questa finestra, ora l'ho coperta, ma prima era aperta perché a me piaceva vedere tutto ciò. (...) Nel terrain vague tutti possono mettersi a fare quello che gli piace. È uno spazio neobabilonese". (12)

Che non mi si fraintenda: lo scollamento tra l'attuale e lo storico è ben visibile e circoscritto all'inizio e alla fine del testo, mentre tutto il complesso percorso di Constant dal Cobra, all'I.S., fino alla rottura con Debord, la chiusura di New Babylon e il ritorno alla pittura è un percorso intenso e compresso ma preciso, equilibrato. Non solo: in chiusura gli scritti sulla descrizione della Zona Gialla e l'Autodialogo a proposito di New Babylon, in cui Constant si autointervista ponendosi tutte quelle domande e critiche che altri, ma anche se stesso , avevano fatto a New Babylon, credo che chiariscano definitivamente la limpidezza, lucidità ed attualità del lavoro di Constant.

Fatto è che questo testo racconta un percorso che ancora non si è concluso, che non si perso nel nulla né ci ha riportato indietro in una realtà che del miraggio dell'utopia conserva solo la superficie, e dei suoi valori l'esatto contrario algebrico.

La storia della nuova babilonia non si è ancora chiusa, e il ritorno di Constant alla pittura, e la sua passione per la musica, è un ritirarsi dopo aver detto tutto quello che c'era da dire con lo strumento dell'architettura, e allo stesso tempo un'altra migrazione verso nuovi territori. E l'amarezza di Constant nell'osservare la povertà della civiltà dell'opulenza è l'altra faccia di un entusiasmo non ancora sopito per gli ideali che sostenevano e che ancora oggi traspaiono intatti nelle decine di maquettes, come negli strepitosi fotomontaggi realizzati dal figlio Victor, o nelle mappe post situazioniste dedicate a New Babylon, che dichiaratamente sta da quell'ormai lontano 1966 continuando a sperimentare nella pittura: "io volevo continuare New Babylon nella pittura". (13)

Lo spazio neobabilonese, afferma Constant e con lui l'autore, è oggi nei terrain vagues, negli spazi abbandonati ed interstiziali, dove " possano aver ricovero fin nei cuori delle città il selvaggio, il non pianificato, il nomade" (14), "spazi promiscui dove si possa attraverso spazi e comportamenti conviviali, di ascolto ed espressione, abitare distanze e differenze" (15), "territori della continua ridefinizione del noi, del confronto e dello scambio con le diversità (16)", dove "anche le frontiere e le barriere spariscono [e] la via è aperta alla mescolanza delle popolazioni, (…) alla fusione delle popolazioni in una nuova razza, la razza mondiale dei neobabilonesi" (17) e forse un giorno troverà di nuovo un'architettura che ne sprigioni le possibiltà, ma questo è un capitolo ancora tutto da scrivere, ricordando sempre che "allo stesso modo in cui le teorie vanno sostituite, perché le loro vittorie decisive, ancor più delle loro sconfitte parziali, ne determinano l'usura, così nessuna epoca vivente è mai il prodotto di una teoria: è anzitutto un gioco, un conflitto, un viaggio". (18)

(1) Voida Voivoid III, presidente della Comunità Mondiale dei gitani, 1963 , citato in Francesco Creri: "Constant New Babylon, una città nomade", Testo & Immagine, 2001.

(2) Paul Virilio, "Le refugiés sociaux" in Fisuras n° 4/3, maggio 1997

(3) Guy Debord, Panegirico.

(4) Constant 1974, p. 15, citato F. Careri, op. cit., p. 26

(5) ibid., p. 66.

(6) ibid., p. 19, da Wigley 98, p. 78.

(7) Andrea Branzi, "Radical Notes", Casabella 383 del 1973.

(8) Andrea Branzi, colloquio "Architettura radicale" citato in "La chaise, l'armoire et le tapis: habiter l'archipel domestique" di Marie-Ange Brayer, catalogo di Archilab 2001.

(9) Guy Debord, in F. Careri, op. cit., p. 50.

(10) Manfredo Tafuri "Per una critica dell'ideologia architettonica", Contropiano n° 1, 1969.

(11) F. Careri, op. cit., p. 10.

(12) ibid. p. 80.

(13) ibid. p. 80.

(14) Stalker, "Stalker attraverso i Territori Attuali", Jean Michel Place, 2000.

(15) Stalker/Ararat, in 5tudi, Dedalo 2000, p. 25.

(16) ibid. p. 32.

(17) Constant 1974, citato in F. Careri, op. cit., p. 38.

(18) G. Debord, "In girum imus nocte et consumimur igni", Mondadori 1998.

Pubblicato nel 2001 su ARCHIT rivista di Architettura fondata e diretta da Marco Brizzi