WATER AND ASPHALT











WATER AND ASPHALT

The Project of Isotropy

Living and working, water and asphalt: the 21st century's urban challenges

UFO 5

di Luca Montuori


Il libro raccoglie in maniera sistematica i diversi contributi per la ricerca “The project of Isotropy” condotto da Bernardo Secchi e Paola Viganò e presentato già nella Biennale di Venezia del 2006. Fino ad oggi l’intero lavoro, che ha per oggetto l’area metropolitana di Venezia, era stato presentato in vari articoli e pubblicazioni, ma ne mancava una sua edizione organica che permettesse una lettura dalle tesi alle conclusioni passando per un apparato di materiali fotografici, cartografici e progettuali veramente notevoli.

La sostenibilità è oggi un tema toppo spesso affrontato con ricette universali, applicazione sistematica di soluzioni standard scambiate per assiomi scientifici: raccolgo e riciclo acqua (ma quanta acqua si ricicla su una terrazza condominiale?), riempio gli edifici esistenti di pannelli isolanti (ma che impatto ha la loro produzione e il loro smaltimento?), copro intere pianure di pannelli solari, cambio infissi. In Sicilia, a Bolzano, a Brasilia, in Cina, ogni concorso, ogni progetto, ci propone lo stesso catalogo di soluzioni. Una rappresentazione etica del ruolo del progetto che dimentica la specificità dei territori, delle ragioni storiche, dei paesaggi, delle economie che li hanno generati. 

 


Al contrario il tema dell’Isotropia viene in questo caso utilizzato come elemento specifico di un territorio e quale strumento per il progetto in grado di coniugare i diversi aspetti che hanno dato forma al territorio stesso definendone l’immagine attuale. Due sono gli elementi che hanno contribuito in maniera decisiva alla creazione di questa immagine: acqua e asfalto. Da questi il progetto riparte: la natura del terreno da un lato, con i suoi aspetti più evidenti, la presenza dell’acqua e della laguna, ma anche con la natura intrinseca dei suoi suoli, la sua fragilità, elementi che hanno influenzato l’insediamento degli uomini fin dal progetto della centuriazione romana. Dall’altra parte l’asfalto, inteso come rete di infrastrutture artificiali che con il dato naturale hanno dovuto fare i conti modificandolo, utilizzandolo come parte di un sistema insediativo che sintetizza nella sua forma dati politici ed economici.

La ricerca parte da due ipotesi: la prima riguarda la crisi del rapporto tra questi due elementi che si traduce in una crisi del rapporto tra contesto e società da cui hanno origine una serie di paradossi con cui il progetto deve fare i conti. La seconda riguarda la necessità di una trasformazione radicale del metodo progettuale alla scala del territorio. Analizzare, mappare, rinominare, ma non solo come operazione conclusa in se stessa quanto piuttosto come base di partenza per ridisegnare, ridefinire i sistemi spaziali e comprendere l’impatto che avranno sul paesaggio.
 Intorno a queste due ipotesi di partenza il volume procede mappando ridefinendo alcune categorie di analisi, individuando le criticità e i punti forti che un tale sviluppo territoriale ha determinato, definendo i possibili strumenti del progetto derivati da nuove chiavi di lettura. Il libro è corredato da mappe, schemi e plastici di progetto, tentativi di catalogazione fotografica, salti di scala, diagrammi e dettagli. Il libro propone un importante problema di scala del progetto come strumento per sintetizzare interventi locali e territoriali, un dato della contemporaneità che non permette di ignorare, neanche nei piccoli interventi puntuali, il territorio, la sua forma, il suo paesaggio come sistema in grado di tenere insieme il dato geologico e l’oggetto di design. Sembra solo un problema terminologico ma oggi si pone come un problema culturale che guarda il problema dal punto di vista della complessità contro la semplificazione e la schematizzazione del dato quantificabile e misurabile, anzi “certificabile”.

ABITARE I LIMITI

























Planet B
Editor: Alain Bieber & Lukas Feireiss
Design: possible.is– Matthias Hübner
Verlag der Buchhandlung
Walther König, Köln



The publication accompanying the exhibition Planet B – 100 ideas for a new world is a collection of different ideas for a new world – a Planet B. The most visionary artists, designers, architects, writers and futurologists in the world present their political, poetic, odd and radical ideas for a new world.  

The international group exhibition “Planet B – 100 ideas for a new world” engages with the radical changes to our planet – and looks for a plan B, for the future we are all dreaming of. Some 500 years after the publication of Utopia, a novel by Thomas More, artists, designers, architects, researchers and entrepreneurs will be presenting their utopias for the 22nd century.
Food hacking, the smart city, alternative economies and sustainable consumption – with their projects, the artists will be highlighting alternatives and drawing our attention to social, political and economic injustices. Yet, the exhibition project is not merely about showcasing these ideas - they will also be realised in the exhibition as well as in public spaces.



Living the boundaries is my personal contribution to the new world.


During our existence we experiment various boundaries which define us, pointing out discontinuity, walls to break, prohibitions to respect, real or symbolic tales. The board surrounding us, influencing every angle and in all perspective, starting from our unchangeable date of birth, time, place, family, language, country, from the shell of our own skin, from the sensitive horizon, intellectually sentimental of our soul to finish with the last term of death (Remo Bodei).



The human kind condition is distinguished by being surrounded by limits moving and changing. Man is the human being with no boundaries, because once discovered most of the time he overcame them. Facing the complexity of similar questions it is fundamental to replace the limit’s idea, having partially lost our full awareness, which was normal in other time, in order to be able to define the extensions of our liberty and to calibrate the range of our desire. In a world changing quickly where architecture primal function is to protect and shape human activities, it’s important to acknowledge the multiple and concrete aspect of single boundaries, rediscovering , from time to time, the reasons establishing the importance criteria and carry out a careful mapping. It’s necessary to inhabit the boundaries and not erasing them, it’s necessary to inhabit the space not to reach new aim but to learn to live in our planet. In such a way it will be possible to recognize the primal function of architecture which should quit its own planet because only by looking at the Moon surface and observing other planets of un-breathable atmosphere, of extreme temperature, we can feel the earth nostalgia, the only place where life still possible before it is destroyed by our behavior. The ambiguity of the spatial endeavor, where projecting ourselves outside intersect the desire to come back, replace the man in the center of the universe. This not achievable projects in terms of reasonable time, demonstrate the nostalgia of a possible future, suggest a future where we will be obliged to put them into practice in order to be able to come back home. 



 living the limit 01 | 2016




Durante la nostra esistenza sperimentiamo innumerevoli confini che ci definiscono, segnalando discontinuità, barriere da infrangere, divieti da osservare, storie reali o simboliche. I limiti ci circondano e ci condizionano da ogni lato e sotto ogni aspetto, a iniziare dagli immodificabili dati della nostra nascita, tempo, luogo, famiglia, lingua, Stato, dall'involucro stesso della nostra pelle, dagli orizzonti sensibili, intellettuali affettivi del nostro animo per finire con il termine ultimo della morte. ( Remo Bodei)





La condizione della specie umana è contraddistinta dall'essere circoscritta da limiti che sono mobili e cangianti, l'uomo è l'essere che non ha confini, perché nel trovarli per lo più, li supera.
Di fronte alla complessità di simili questioni è diventato urgente rimpiazzare l’idea di limite, di cui si è in parte persa la piena consapevolezza, normale in altri tempi, in modo da essere meglio in grado di definire l'estensione della nostra libertà e di calibrare la portata dei nostri desideri.
In un mondo che cambia velocemente e in cui l’architettura sta perdendo la sua funzione primaria, quella di proteggere e dare forma alle attività umane, è necessario riconoscere i molteplici e concreti aspetti dei singoli limiti, riscoprirne, di volta in volta, le ragioni, stabilirne i criteri di rilevanza e compierne un'attenta mappatura. 
 living the limit 02 | 2016
E’ necessario abitare i limiti e non cancellarli, è necessario abitare lo spazio non per raggiungere nuovi traguardi ma per imparare a vivere sul nostro pianeta. In questo modo sarà possibile riconoscere la funzione primaria dell’architettura, che deve abbandonare il proprio pianeta perché solo guardando la superficie della Luna e osservando gli altri pianeti dalle atmosfere irrespirabili, dalle temperature estreme, si può riscoprire la nostalgia per la Terra, unico luogo dove la vita è ancora possibile prima che sia distrutta dai nostri comportamenti.
L’ambiguità dell’impresa spaziale, in cui il proiettarsi verso l’esterno si intreccia con il desiderio di ritorno rimette l’uomo al centro del mondo.
Questi progetti non realizzabili in tempi ragionevoli, manifestano la nostalgia di un futuro possibile, indicano un avvenire in cui ci vedremo comunque obbligati a metterli in pratica, per poi poter tornare finalmente a casa.









UN MANUALE DI REALISMO UTOPICO







Il libretto rosa di ma0
teoria e pratica del realismo utopico
Alberto Iacovoni Domenica Fiorini
Libria 2016  


Un diario di bordo, un discorso sul metodo di lavoro dalla concezione alla rappresentazione del progetto. Un libro ibrido tra monografia e saggio  capace di raccontare una poetica.
Alberto Iacovoni cerca di descrivere molti anni di ricerca attraverso scritture diverse, lo fa descrivendo non il progetto ma ciò che lo genera prima, il pensiero, e dopo il procedere lento della sua formalizzazione. In questo passaggio i disegni e le immagini di riferimento si trasformano lentamente in architettura. 
Un descrizione minuziosa di come lavora lo studio un manuale vero e proprio di pratica professionale e non solo. In cui Alberto Iacovoni accompagnato da Domenica Fiorini che collabora con lui da molti anni riflette sulla condizione del progetto, sulla pratica del concorso, sull'esperienza di insegnamento.
Il libro scorre veloce tra disegni e segni, e solo alla fine ci accorgiamo di come lo spazio dell'architettura è prima di tutto una condizione mentale, e per comprenderlo si  deve prima di tutto saperlo raccontare.






In questo breve post  ho raccolto immagini, disegni ma specialmente il testo che introduce il libro.






Dall'Introduzione di Alberto Iacovoni


Walk on road, uhm?
Walk right side, safe.
Walk left side, safe.
Walk middle,
sooner or later get squish,
just like grape.
Master Miyagi, Karate Kid






Questo è un manuale.

Sin dall’inizio pensato in due parti, una prima  con una serie di brevi pensieri che scandiscono le fasi del processo progettuale e una seconda con delle istruzioni concrete su come organizzare parallelamente il lavoro, nel suo farsi il libro è cambiato: scritto in un luogo distante dal turbinio della pratica, nello splendido isolamento accademico di una università americana nel Qatar, è diventato infine la somma di due parti forse più autonome del previsto, più personale, astratta e proiettata verso il futuro la prima, più concreta e plurale la seconda, la sedimentazione di quindici anni di pratica.
Le due parti condividono un modo di lavorare e di vedere il mondo che chiamiamo con un ossimoro apparente realismo utopico: una attitudine che non contempla certezze, ma rimette continuamente in discussione tutto, senza pregiudizi, e pretende di ricostruire dalle fondamenta ogni volta le ragioni del progetto, di mettere in discussione la validità di principi generali immergendoli nella complessità dei contesti specifici.
Un modo di fare architettura che, come ripetiamo ossessivamente con le parole di Robert Smithson, non vede le cose come oggetti isolati, ma in un sistema di relazioni – ecosistemiche, sociali, spaziali – che producono le cose stesse e  ne sono profondamente e spesso imprevedibilmente modificate.

Teoria e pratica del realismo utopico è la guida per chi deve ogni volta riprendere il cammino dall’inizio e riscoprire la verità dell’architettura senza pregiudizi, muovendosi incessantemente da un fronte all’altro, dalle vette dell’utopia alla banalità del quotidiano, collocandosi nel mezzo, nella tensione irriducibile tra questi opposti, anche se si rischia di essere schiacciati come un grappolo d’uva.







This is a handbook.
 
Designed from the beginning to include two sections, one a collection of brief meditations about the phases of the design process and the other including practical instructions about how to organize work at the same time, the book has changed during its development. Written in the magniicent academic isolation of an American university in Qatar, therefore far away from the whirlwind of daily practice, the book has inally become the sum of two sections perhaps more independent than it was anticipated – one more personal, abstract and projected towards the future, the other more practical and plural, the expression of ifteen years of practice.
The two sections relect the same way of working and looking at the world that we deine, with a seeming oxymoron, utopian realism – an attitude that, rather than relying certainties, constantly strives to question everything in order to justify the reasons of design every time from scratch as well as the validity of general principles by confronting them with the complexity of speciic contexts.
As we obsessively repeat by borrowing Robert Smithson’s words, this way of building architecture does not view things as isolated objects but rather as a system of – eco-systemic, social, spatial – relations that produce them and dialectically interact with and are deeply changed by them.
Theory and Practice of Utopian Realism is a guide you may use whenever you have to start your path from the beginning to rediscover the truth of architecture from an unbiased point of view by constantly exploring very different places, and moving from one stand to the other, from the peaks of utopia to the platitude of daily life, and inally standing in the middle, in the relentless tension between the two opposites even though you may end up crushed like a bunch of grapes.





LA FINE DELL'UTOPIA































SUPERSTUDIO
Opere  1966-1978
a cura di Gabriele Mastrigli
Quodlibet 2016



Negli ultimi cinquant'anni qualcosa è cambiato.

In questi giorni il livello delle acque della Senna per le forti piogge preoccupa gli abitanti della capitale francese. Olivier Campagne e Vivien Balzi hanno raccontato la città che affonda in un piccolo film. Fotogramma dopo fotogramma Parigi si specchia in maniera quasi compiaciuta nell'acqua che invade le strade, lambisce i monumenti, fino a raggiungere la Piramide del Museo del Louvre, forma archetipo che invece di sciogliersi nell'acqua come le forme di sale della Moglie di Lot[1], si specchia in quella stessa acqua che quasi cinquant'anni prima aveva distrutto la città di Firenze ma aveva prodotto un'Utopia trasformatasi nel tempo in realtà, il monumento continuo.






L'acqua che aveva superato gli argini del fiume Arno nel 1968 aveva rotto anche gli argini dell'immaginazione di alcuni giovani architetti fiorentini, che avevano trasformato una catastrofe in una possibilità per l'architettura. L'inondazione di Firenze è stata per i Superstudio il punto di partenza per un viaggio lungo una vita che li riporta dopo cinquant'anni al centro della scena al MAXXI di Roma. 



 


 

Ma torniamo a Parigi e al piccolo film elegante e raffinato, specchio dei nostri tempi, che ci mette di fronte a un qualcosa difficile da accettare. Nel nostro tempo, nella nostra cultura, non c'è più spazio per l'Utopia, rimane solo il tempo per contemplare il reale, perché l' Utopia è perduta per sempre. 





 

Superstudio indagando il significato dell'architettura nell'epoca della società dello spettacolo di fronte a queste immagini non avrebbe potuto cominciare il suo viaggio di formazione, l'immaginario di questo nostro tempo appare sempre di più bloccato e rinchiuso in se stesso, incapace di provocare reazioni. Può solo essere osservato attraverso uno schermo. Ecco cosa è cambiato. Negli ultimi mesi il lavoro di Superstudio è stato presentato, vivisezionato e reinterpretato in libri e pubblicazioni diverse e poi infine celebrato da una grande retrospettiva al MAXXI di Roma e da un libro monumentale, che mette ordine in un archivio ricco di parole e immagini capaci ancora oggi di produrre significato. Perché Superstudio è stato capace, al contrario di altri gruppi Radicali, grazie al metodo di lavoro e alla combinazione felice dei suoi fondatori, di creare le condizioni utili per prefigurare un futuro per l'architettura allargando il campo della disciplina, ma specialmente cambiandone il punto di vista. Superstudio ha guardato in un'altra direzione, catalogando il reale e interpretandolo in modi sempre diversi, non avendo paura di cambiare, di rimettersi in discussione e infine di abbandonare il campo, di comune accordo, nel momento esatto in cui non si poteva andare oltre. Quando il loro disegno unico ridotto all'essenziale ha dimostrato che ogni ricerca della modernità era destinata prima o poi al fallimento.



“Il nostro lavoro si è sempre svolto per inventari e cataloghi, e forse l'unico lavoro oggi possibile è l'autobiografia come progetto di vita. Dal 1965 al 1968 abbiamo lavorato con la convinzione che l'architettura fosse un mezzo per cambiare il mondo. I progetti erano l'ipotesi di trasformazioni fisiche, erano modi di ipotizzare qualità e quantità diverse. Questi progetti sono stati raccolti nel primo catalogo: un viaggio nelle ragioni della ragione. Un viaggio come Pilgrim's progress, o guida per i giovani architetti, attraverso l'architettura dei monumenti, l'architettura delle immagini, l'architettura tecnomorfa, l'architettura della ragione… “ (1969)



Un'Architettura critica, la loro, capace di porre continue domande invece che formulare risposte capaci di salvare il mondo, perché il mondo non possiamo salvarlo solo attraverso l'architettura. Nel 1967 scrivevano: è la poesia che fa abitare, la vita si svolge non solo in scatole ermetiche per piccole vite parallele, ma anche nelle città e nelle auto, nei supermarket e nei cinematografi... Luoghi oggetti di racconti, che l'architettura completa e custodisce, in un viaggio ai confini della razionalità. Il libro che accompagna e dilata la mostra, ripropone tutti i cataloghi e i progetti di Superstudio ed è la prova tangibile di come ancora oggi sia possibile leggere il mondo con quello sguardo disincantato ed entusiasta, come quella curiosità antropologica che crede nell'importanza di guardare all'uomo come soggetto politico superando linguaggi ed espressioni totalizzanti.



La mostra al MAXXI dovrebbe essere un viaggio obbligato per tutti, perché è una mostra diversa, in cui il curatore non si limita ad elencare e mettere in fila parole e immagini, storicizzandole, ma come un direttore d'orchestra guida le voci dei membri del Superstudio a intonare una via dei canti che ha cercato di indagare il presente pensando in ogni momento al futuro. Ogni nota e ogni frammento di questo canto sembrano indicare una direzione diversa ma in realtà descrivono un sogno durato cinquant'anni, un sogno in cui l'architettura è protagonista. “Crediamo in un futuro di architettura ritrovata, il futuro in cui l'architettura si prende suoi pieni poteri abbandonando ogni sua ambigua designazione e ponendosi come unica alternativa alla natura. La terra resa omogenea dalla tecnica dalla cultura e da tutti gli altri imperialismi.” Ogni sezione non è spiegata dal curatore, nel modo di chi cerca di interpretare e guidare alla lettura. Lascia il campo alle parole dei protagonisti che con un frammento dei loro testi ricordano, guidandoci in un viaggio attraverso la memoria. Tocchiamo così un'idea di architettura, toccandola impariamo a conoscerla. Una mostra pensata come un viaggio che mi riporta alla mente una frase di Bruce Chatwin che descrive la tradizione orale del popolo Aborigeno.
“Ancora oggi, disse Wendy, quando una madre aborigena nota nel suo bambino i primi risvegli della parola, gli fa toccare le cose di quella particolare regione: le foglie, i frutti, gli insetti e così via. Il bambino, attaccato al petto della madre, giocherella con la cosa, le parla, prova a morderla, impara il suo nome, lo ripete e infine la butta in un canto. Noi diamo ai nostri figli fucili e giochi elettronici, disse Wendy. Loro gli hanno dato la terra.”[2]
In questa mostra i Superstudio ci hanno ridato la terra come luogo per l'architettura, la abbracciamo per la prima volta sfogliando immagini e architetture, idee e non oggetti, concetti e non una lingua da riprodurre o imitare.
“Oggi più che mai gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timore: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.”
Qualcuno di recente ha detto che non c'era bisogno di una mostra monografica sul Superstudio, perché le mostre monografiche non sono necessarie. Si sbagliava, solo una ricerca attenta sulle tracce disseminate confusamente nella storia, e l'ordine di un archivio come questo fatto soprattutto di parole (in mostra c'è anche un volume curato da Gabriele Mastrigli con le foto di Stefano Graziani). Non perdetelo, anzi confrontatelo con le opere e le fotografie di Cristiano Toraldo di Francia per estrarre da questo sguardo diverso e molto personale altri aspetti del loro lavoro. Può spiegare tante cose a chi ha guardato fino ad oggi solo le Immagini che hanno prodotto.
Esiste un pericolo concreto, quello di riprodurre questo immaginario senza attualizzarlo, allora prima di farlo leggete queste Opere[3] con grande attenzione e ritornerete al punto di partenza, alla frase di Jorge Luis Borges che apre il libro:
“Un uomo si propone lo scopo di disegnare il mondo. Col passare degli anni popola uno spazio di immagini di regioni, regni, montagne, golfi, navi, isole, pesci, case, strumenti, astri, cavalli e persone. Poco prima di morire scopre che questo paziente labirinto di idee traccia l'immagine del suo volto.”





Il testo è stato pubblicato sulla rivista Mappe.




[1] Istallazione che il Superstudio presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1978.

[2] Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Adelphi, varie edizioni.

[3]Superstudio: Opere 1966-1978, a cura e con un saggio introduttivo di Gabriele Mastrigli, “Antefatti” di Cristiano Toraldo di Francia.



LO SPAZIO DEL LAVORO


L'architettura è da sempre specchio del mondo che cambia, due libri che riflettono sullo spazio della produzione e sullo spazio del lavoro, ci insegnano che guardare al passato serve a comprendere il mondo che cambia, solo studiando e comprendendo a fondo queste trasformazioni politiche e sociali l'architettura potrà prefigurare il futuro. Chi non lo capisce ha perso prima di cominciare, grazie a Luca Montuori che ha letto per noi questi due libri.












 
 
 
 
 

SPACE OF PRODUCTION
Projects and Essays on Rationality, Atmosphere, and Expression in the Industrial Building
Edited by Jeannette Kuo.

by Luca Montuori



Con un certo ritardo sul “Guardian” è apparso in questi giorni un articolo che ci avvisa che la fine del capitalismo è iniziata. La trasformazione del lavoro è uno dei temi su cui si è più riflettuto negli ultimi anni e l’epoca del post-fordismo ha alimentato molte delle riflessioni architettoniche nella contemporaneità. Tra le questioni più importanti rimane il problema della figuratività ( o non figuratività) dei nuovi spazi in cui vivono i lavoratori dell’immateriale, le nuove forme di controllo del lavoro, il rapporto tra abitare e lavorare, la fine del tempo libero e del rapporto tra spazio pubblico e spazio privato. Nuovo lavorare e nuovo abitare. Per questo il volume “Space of Production”, che si accompagna anche a un precedente volume dal titolo “A-Typical plan” (Projects and Essays on Identity, Flexibility and Atmosphere in the Office Building, curato dalla stessa Jeannette Kuo) sugli edifici per uffici, assume un significato che va ben oltre la mera catalogazione di edifici industriali e non è semplicemente un nuovo tentativo di guardare alle potenzialità espressive che la ricerca in campi innovativi per il progetto ha potuto generare. Non è qui in discussione la capacità espressiva dei progettisti nell’immaginare la forma che si libera dalla struttura tipologica tradizionale per costruire i nuovi spazi della modernità. C’è qualcosa in più. Il libro ha un ampio testo critico iniziale che riflette proprio sulla trasformazione del lavoro e degli spazi in cui questo si svolgeva e si svolge oggi. Il testo è accompagnato da una serie di schede di casi di studio, edifici industriali maestri del moderno come Peter Behrens, Félix Candela, Albert Kahn, Louis I. Kahn, Robert Maillart, Pier Luigi Nervi, Auguste Perret, Jean Prouvé, ma anche esempi contemporanei tra cui Herzog e de Meuron. I progetti sono descritti pubblicando foto d’epoca, disegni originali ma anche attraverso una operazione di ridisegno degli edifici resi confrontabili grazie a una unificazione dei codici grafici di rappresentazione. I disegni sono realizzati all’interno di ricerche ed esperienze didattiche della École Polytechnique Fédérale de Lausanne. Gli autori quindi, se nel primo volume avevano raccolto una serie di casi studio, di edifici per uffici, catalogandoli e confrontandoli attraverso l’osservazione della pianta come elemento generatore di spazialità generiche, qui offrono una chiave di lettura che guarda alla “sezione” come mezzo per configurare, controllare il progetto e soprattutto come strumento per progettare i nuovi luoghi della produzione. Il volume infatti si chiude con alcuni interessanti progetti della scuola che tentano di rendere attuale la riflessione sulla natura degli spazi del lavoro, e quindi dell’abitare, nell’epoca della fine del lavoro.

In Spaces of production sono raccolti contributi di Alberto Bologna, Juan José Castellón, Jeannette Kuo, Cédric Libert, e una intervista con Jacques Herzog. In A-Typical PLans contributi di: Iñaki Ábalos, Pier Vittorio Aureli, Andrea Bassi, Florian Idenburg, Jeannette Kuo, Jimenez Lai, Inès Lamunière, Freek Persyn




 
 
 
A-TYPICAL PLAN

Projects and Essays on Identity, Flexibility and Atmosphere in the Office Building
Edited by Jeannette Kuo with Dries Rodet and Isabelle Concherio

THE SUPREME ADVENTURE




In September 2015 Campo is launched. 
Campo is a space for Architecture in Rome, the first exhibition is a declaration of intent, The Supreme Achievement. The gallery doesn’t only organize architectural exhibitions it’s also a place to celebrate architecture, a location to discuss on architectural subjects. The first action was a workshop where students and architects confront each other on a very important text the 12 ideals cities of Superstudio. This text is seen as a project and its interpretation produced other projects. From this first event start the cooperation with a young publishing house http://www.black-square.eu/publications/
But let’s go in order to tell this story, first the work description then the introduction of Davide Sacconi and Maria S. Giudici on the book, edited by them, which after 8 months describe this experience.
The book will be lauched in London at the AA bookshop on june 23 at 6.pm.





THE CALL

In 1971, Superstudio published their twelve Ideal Cities, “the supreme achievement of twenty thousand years of civilization, blood, sweat and tears”. After 44 years, CAMPO and Black Square Press ask twelve groups of architects to give their own answer to the original brief.
The Superstudio piece was less about imagining the Future than it was about re-imagining Architecture as a form of knowledge and as a platform for thinking rather than mere practice.
The format itself – one image and one text for each of the twelve cities –implies a project of an Archetype rather than a pragmatic solution to a problem.
In fact, these visions of ‘supreme achievement’ are not answers, but open questions.
Perfect and dystopian urban mechanisms where any incoherence is eliminated, they challenge the idea that space and bodily presence might not matter anymore in the future, while at the same time they provide an ironic commentary on the architect’s curse: that we have to be projective and optimistic by default, even (or maybe especially) when civilization seems in fact to have come to an end.
While Superstudio’s response was intentionally dystopian, there might be other ways to interpret today the same brief. We still need architecture to put forward not only ideas for new forms of life, but also new possibilities for our political imagination to go beyond the current conventional models.
CAMPO and Black Square invite twelve radical practices and thinkers to propose their own cautionary tale to be featured in a publication as well as an exhibition opening in Rome in the fall 2015.
The twelve proposals will become the starting point for a one-week workshop during which architecture students will try to develop, for each of the cities, a prototype of the space of the self in a 1:20 plaster model.
Featuring proposals by: Amid/Cero9, Dogma, Microcities, Behemoth, MapOffice,
Didier Fiuza Faustino, Philippe Morel, Aristide Antonas, For-a+Beth Hughes + more
CAMPO is space to debate, study and celebrate Architecture founded in Rome by Gianfranco Bombaci, Matteo Costanzo, Luca Galofaro and Davide Sacconi in 2015. www.campo.space
BLACK SQUARE is a London-based publishing and educational platform founded by Maria S. Giudici, diploma unit master of Unit 14 at the Architectural Association. www.black-square.eu



 THE BOOK
































THE SUPREME ACHIEVEMENT
edited by  Maria S. Giudici e Davide Sacconi
BLACK SQUARE PRESS 2016



Tales from a present future


by Maria Shéhérazade Giudici and Davide Sacconi 



In 1971 Superstudio published in Architectural Design Twelve Cautionary Tales for Christmas, twelve short stories illustrated with their own drawings, which put forward a critique of the role of architecture in the making of the city. The twelve stories illustrate what Superstudio defines as “premonitions of the mystical rebirth of urbanism”, that is to say, a condition in which architecture takes command and becomes, in a very explicit way, a tool for the construction of subjects. As such the Cautionary Tales are not projections of a desirable future but rather exaggerated portraits of the present condition. The science fiction character of the narrative, juxtaposed with the technical precision and evocative dimension of the drawings, constructs a detachment from reality that is the key to a ruthless and powerful critique. The chosen format itself is the device through which the authors target precisely the relationship between space and government, form and modern politics, without either seeking refuge in academic theories or falling into naïve utopias. 


The Tales, at their root, address the relationship between the project of governance, the project of the city, and the project of our domestic space. This relationship is not a new thing. For example, ancient Chinese cities, founded on the logic described in the Rites of Zhou, already present a sophisticated translation of ethical hierarchies in built form, as did the Roman colonial grid. However, in these cases, the symbolic and military ambitions at stake are always laid out in a way that includes a clear form of self-representation. In other words, these traditional cities were always legible as projects. Moreover, the idea of power and authority in pre-modern times conceptually predated the making of the city, which then became the fit receptacle and embodiment of that power. However, from the 1700s onwards, the system shifted: it is the urban space itself that constructs the very possibility of government, it is the ordering of the city that builds the consensus, which any power needs to exist. Abraham Bosse’s famous frontispiece for Hobbes’ Leviathan already brings to the foreground this need to root power in the calculated composition of a mass of bodies into an orderly people. In this shift, the built form ceases to be a representation and becomes, as Le Corbusier would say, a machine. As architects, this condition forces us to ask ourselves: have we yielded all of our imaginative and disruptive power by accepting this role, or on the contrary have we become all the more powerful, yet questionable, by becoming not only the accomplices but the very enablers of government? This conundrum is well expressed in the clinical, relentless descriptions of the original Superstudio Tales as well as in the illustrations which portray an architecture which is at the same time both absolutely generic and rarefied, but also monumental by virtue of its sheer scale. 


 


These considerations of Superstudio’s critical approach and their reflections on the role of architecture were the starting point of The Supreme Achievement, a project born out of the collaboration of CAMPO and Black Square – respectively, a space for architecture in Rome and a Milan-based publishing and educational platform.

In the summer of 2015 we invited twelve architects and collective practices to give their own interpretation of Superstudio’s Cautionary Tales in relationship to the contemporary condition, respecting the original format of one text and one image. We assembled a fairly heterogeneous group of contributors; architects and collectives with different backgrounds, experiences and positions, coming from three different continents and belonging to different generations. In spite of the differences, a common thread can be identified among the participants; on the one hand, a shared interest in the relationship between the city and power while on the other hand, a particular relevance is given to architectural representation. They all use drawing as a heuristic device – that is to say, as a form of knowledge in its own right – rather than as a mere way to explain a project: for them the drawing itself is the project. 

 

To further elaborate and open up a discussion on these contributions, we organised a one-week workshop at CAMPO during which a group of students, speculated on the space of the self within the framework proposed by the twelve visions. Departing from the images and texts as a brief, the students elaborated architectural devices that respond to the original contribution as mechanisms triggering an experiential dimension of the cities. The devices, through their material presence as plaster models, oppose the character of the urban visions by adding a formal and spatial level of reflection that complements or twists the original propositions. The models, juxtaposed and considered as a whole, become fragments of a possible analogous city to come.

The work, a result of this process of exchange, was exhibited at CAMPO in September 2015. The entire process involved architects, students and guest critics who are all engaged in an ongoing debate around the question first put forward by Superstudio: is architecture condemned to become a machine of government? 





The results have been quite extraordinary and surprising in many respects. The restraints and the consequent clarity found in the Cautionary Tales format revealed not only its enduring validity but, if possible, an even increased power vis-à-vis the contemporary reality and the variety of invited contributors. The material as a whole has a visual and conceptual clarity, but at the same time, once we enter into the depths of the narratives and details of the designs, one is able to produce countless possibilities of cross references. The images and the texts offer themselves to the viewer as a living matter, where each contribution can be read against the others in an endless play of elective affinities and conflicts. Thus, the framework of the Tales engenders a tension among the projects where the differences are neither recomposed nor irreconcilable, producing an understanding of the whole that is greater than the single parts. Each contribution insists on distinct attitudes that span from acceleration to opposition, from the poetic to the technological, from the ironically disenchanted to the resolutely pragmatic, giving form to a mosaic of visions and tools. Nevertheless, we can clearly read a common concern with the (im)possibility to investigate and represent the current transformations of the city, its dissolution in a system of norms defining behaviors, where architecture seems to be progressively absorbed into a productive machine. The physical and mental acceleration is produced and at the same time produces the endless condition of urbanization. 




An interesting edge seems to materialize from this common ground when it comes to defining a possible role of architecture within the condition of urbanization. For example, Philippe Morel’s Last Earth brings the possibilities offered by mathematics and computational tools to their most extreme consequences. Thus uncovering the irresolvable internal contradictions brought about by the progressive naturalization of capital as an endless process of accumulation. In a city on a planetary scale where everything is immediately and intrinsically available thanks to the computational management of a ‘state of statistical chaos’, architecture, the city and man are reduced to irrelevant numbers subordinate to ‘an ideal gas law’.

On a similar path, but possibly a few centuries earlier, Raumlabor speculates on the technical and cultural possibilities offered by 3d printing technology applied to the urban scale. The mechanical precision of the drawings and the tech-journalist like style of the text of Stadtfresser City have an evocative quality that instrumentalises the technical issues to open a more profound question of globalization, erasure of cultural differences and ultimately on the dissolution of architecture as language and knowledge. Precisely the relationship between knowledge production and life is at the center of the vision constructed by Behemoth, the Italian-Iranian Holland-based trio. Produced by their sharply critical and ironic gaze, Penelope or the Endless Loom materializes in an absurdly low-tech but highly sophisticated machine, an allegory of the actual condition of labour within university campuses. Similarly to Morel’s proposal, the relationship between architecture and the city or between matter and man, are completely dissolved and substituted by the management of feedback loops, an ‘endless loom’ of economic, intellectual and affective relationships efficiently serving the machine. 




The same planetary gaze from Morel’s proposal is seen from a different perspective in the collaboration between FORA and Beth Hughes. The Assembly, at once a post-apocalyptic and very actual scenario, where in a process of ‘metropolitan autopoiesis,’ the territory is continuously reorganized by infrastructural systems that leave behind a landscape of obsolete technology. A glimpse of hope seems to reside in the possibility to ‘re-appropriate and co-opt’ these ‘wrecks of physical surplus,’ in ‘extraterritorial exemptions’ where a new relationship with space might emerge; a very tight space for architecture to maneuver. 




Similarly architecture plays the role of found opportunity within a larger system in, The Warehouse City, the poetic vision by Aristides Antonas. The collage, to a certain extent, could be read together with The Assembly – here it is no coincidence that both projects use collage – as a representation of the ‘inhabitation of the invisible flows,’ of time, space and the relationships that connective infrastructure produces between humans. The city is the endless interior of an ‘abstract warehouse’ where everything is represented and where the new potential resides, more than in the architecture, in the possibility to instrumentalise the ‘infrastructure protocols’ to construct new forms of co-existence. The recapture of the interior through a collective organization becomes the central theme of The City Within, the tale imagined by Microcities (in collaboration with Giacomo Nanni, Cristina Crippa, Raffaele Alberto Ventura and Francesca Guidoni), where a ‘slow and secret invasion’ from within is able to regain control of a city now turned into a desert by private interests and technocratic control. The project exposes the blurring of private and public space, domestic and working condition, political and the economic sphere, that is at the core of the contemporary condition. The detailed precision of the account, the choice of the section as a tool for representation and the happy ending betray an optimistic vein to which architecture seems to be inevitably condemned. As a sort of counterpart, the project Master and Slave by Didier Fiuza Faustino relies on a much more ambiguous and dystopian atmosphere. The city, or possibly the entire civilization, is condensed in an inhabited Moloch that is eroded from the inside, a conflict of devotion and domination, dependence, and fulfillment that masters and slaves are obliged to play in an uncanny and open-ended perversion. 


 


An estrangement of a different nature is provoked by the cyclic conception of time in the City without a Monument by the Brazilian duo Miniatura, where the city is a cycle that transforms the relationships between itself, man and architecture in an endless time-space loop. A process, more than an architectural form, that, containing ‘the repertoire of everything that was and has to be done’ breaks with the idea of modernity based on progress and memory. 

 

The theme of memory finds its most poetic moment in the visionary tale narrated by MAP Office. The French duo, based in Hong Kong, speculates on the relationship between the nature of a person and their technological extension, between the volatile character of information and the permanence of matter, the inevitability of death and the construction of memory. The record of each life, one chip after the other, gives form to The Island of Memories, at once a cemetery and archive of the population’s entire collective knowledge. The tale can be read both as a subtle critique of the technological faith and as a light-hearted journey into the abyss of human nature, where the role of architecture is dissolved into a direct projection of ourselves in the infrastructure of the landscape. 





A step before death, Nocturnalia by Cero9/Amid put forward the possibility of collective sleeping as the last and paradoxical frontier of wakefulness, as a form of ‘resistance to a life exposed to a machinic process of exploitation’. Civilization without homes surrounded by the endless productive field of work where architecture celebrates and gives form to the ultimate public space; an enormous dome with a golden ceiling beneath which the whole population sleeps together in the attempt to escape the nightmare of uniformity. Endlessly monotonous walls, an ‘absolute homogeneity and sameness’ that continues unabated, is the theme of Alex Maymind’s The City of Walls, a direct reinterpretation of Superstudio’s First City. The walls construct a background condition, ‘a quality with no quality that has a quality of its own’, against which the unbridled nature of the city can materialize. Thus, the city is paradoxically conceived of as a subtraction that constructs and as the gesture that carves a political space out of the infinite, straight stubbornness of the walls.

Finally, Dogma proposes The Block, a straightforward reinterpretation of what was once the basic unit of the city, now condensed in a single monumental space. Architecture takes command over the city as an archetype that, through the precise articulation of its form can organize the relationship between ‘the two extremes of the human condition: solitude and togetherness’. The sheer scale of the artifact imposes a presence that nevertheless can be either rejected or eroded through inhabitation, opening up the possibility of a political dimension of co-existence by means of architecture. 


These twelve cities are not mutually exclusive; after all they are all happening, right here, right now, with their conflicts and their ambitions. Ultimately what emerges out of this complex mosaic of ideas is, against all odds, faith in architecture, in the possibility for architecture to exist perhaps beyond architects and against all the constraints of politics. A golden dome, a basement that becomes a city, the white noise of machines whose intricate construction doesn’t cease to fascinate us: the real Supreme Achievement resides in the capability to recognize the potential of space, and to turn it from an instrument of power into a weapon that may return some sense of awareness, agency, and perhaps beauty to us.


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UN' ISOLA LONTANA







Kiribati
Cronache illustrate da una terra (s)perduta
Andrea Angeli e Alice Piciocchi
24 ore cultura


Siamo entrati nel terzo millennio ed ancora è possibile viaggiare per scoprire il mondo.
Lo hanno fatto gli autori di questo piccolo capolavoro, Andrea Angeli e Alice Piciocchi, architetto lui e giornalista lei.
Hanno trovato nel viaggio il soggetto perfetto di questa riflessione sul mondo che abbiamo creato.
Qui sul confine del mondo abitato un'isola della Micronesia è destinata a scomparire per l'innalzamento delle acque, fra vent'anni o forse 100. 




Quando non si sa, ma l’ipotesi è tanto credibile da aver convinto il presidente del Paese a progettare una migrazione di massa. Destinazione: isole Fiji. A tanto pragmatismo non corrisponde però la consapevolezza della popolazione, che continua la propria vita senza preoccuparsi del futuro.






Il viaggio degli autori comincia qui, nel cercare di entrare in sintonia con un’altra civiltà, scoprendone tutti i sorprendenti aspetti (dai riti magici ai valori) e componendo una storia a due velocità: visiva (le tavole di Angeli sono una versione moderna delle tavole Darwiniane) e narrativa. Il diario di Alice Piciocchi va oltre la cronaca, dimostrando un’empatia che parla una lingua universale.






Il libro è uno sguardo doppio su un mondo incastrato tra passato e presente, dove il futuro è un  tempo sospeso. E dove pratiche antiche si fondono con quelle contemporanee e creano dissonanze, interruzioni. Le superstizioni si fondono con le certezze dell'era moderna, diventando a loro volta racconti postmoderni che creano sorpresa nei due osservatori ma anche empatia.
I dubbi alla fine che nascono dal viaggio, ancora una volta inteso come scoperta di se, ci dicono senza indugi che viaggiare con lentezza è ancora la forma di conoscenza più pura.
Il libro è consigliato ad un pubblico adulto che riuscirà a pensare al mondo che cambia, ad un pubblico di bambini che si perderà nelle storie di un mondo reale ma allo stesso tempo immaginifico, ed infine agli architetti, che riscopriranno il valore del disegno come strumento utile di rappresentazione  del reale che nasconde molte più idee del reale stesso.








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